Per favore...
...ho bisogno di un po' di sole.
Ho bisogno di una buona notizia.
Ho bisogno per caricarmi
di un bel sorriso.
Io posso lasciarvi
questo bellisssimo fiore.
lo so, solo un fiore virtuale
ma per adesso
ho solo questo da donarvi,
speriamo almeno che ci dia il buon umore.
Franca Bassi




Non spiegherò come si fa il vino. Posso dire che farlo è un'arte. Questo processo inizia in primavera, abili contadini tolgono le seminelle, in questo processo di sfemminellatura si decide la bontà del grappolo, che in questo periodo viene raccolto. Il mio ricordo si trasferisce lontano, quando i nostri contadini cantando, raccoglievano i grappoli ricchi di succo e li riponevano dentro i bigonzi fatti di doghe di castagno, cinti da cerchi di ferro. Al tramonto il carro carico trabboccanti di grappoli, si avviava lento verso la nostra cantina. L'indomani i bigonzi, venivano riversati, dentro un grande tino di legno, qui per noi bambini iniziava il vero gioco, era una gran festa, a piedi nudi saltellavamo allegri e pestavamo i grappoli, l'odore dell'uva saliva fino a stordirci. Ancora oggi in questo mese di ottobre ogni anno, il ricordo mi torna in mente. Franca Bassi immagine 'grappolo' di Pasquale Venerito
Le foglie morte




Girando...girando si scopre sempre qualcosa di bello e interessante. Queste immagini sono del parco di Collegno (To) dove si trovava l'ex manicomio, io e il folletto Buzzichino abbiamo dormito in un bellissimo appartamento situato nel parco 'Villa 5'. Siamo stati invitati alla mostra "Filo lungo filo", una interessante mostra presso il 'villaggio Leumann' a Collegno. Buzzichino curioso di apprendere questi antichi mestieri, entusiasto ha gironzolato per lo stend e per il museo, tentando di copiare i segreti di queste arti antichissime: la Tessitura, la filatura, la cardatura e la tinta con erbe.Dimenticavo, Buzzichino ha solo tentato di capire, ma come in tutte le cose, occorre molta pazienza e molto amore. Franca Bassi




Ho copiato per voi su internet un po' di storia :
DAL MONASTERO DEI CERTOSINI AL REGIO MANICOMIO
Nel 1728 fu costruito il Regio Manicomio di Torino per volere di Vittorio AmedeoII.
Nel 1851 il direttore del Regio Manicomio, il conte Lorenzo Ceppi, suggerì di costruire un nuovo edificio alle porte di Torino, se possibile nei paraggi di una cascina dove i malati più tranquilli potessero dedicarsi ai lavori agricoli, con scopi terapeutici. Fu proprio lui ad avanzare l'ipotesi del trasferimento dell'ospedale di via Giulio (Torino) a Collegno.
Il trasloco appariva agevolato dalla costruzione della prima stazione della linea ferroviaria Torino-Susa a Collegno. Certosa e dal fatto che il piccolo gruppo di monaci che ancora occupava il monastero, forse nel tentativo di scampare alla soppressione delle corporazioni religiose, offrisse i locali del monastero per sistemare provvisoriamente ottanta malati del manicomio di Torino. Poiché nella Certosa vigeva ancora un regime di clausura, inizialmente vi furono trasferiti soltanto ricoverati uomini.
L'8 settembre del 1852 il governo ordinò al Regio manicomio di stabilirsi nei locali di Collegno. La convivenza tra i Certosini e i malati del manicomio fu difficile fin dal principio, in quanto i Certosini negavano ai malati il diritto di passeggiare nel chiostro, oppure impedivano loro di andare a lavorare nei campi.
Il 29 luglio del 1853 il ministro Urbano Rattazzi informava la direzione di aver deciso di destinare la Certosa al Manicomio. Il 10 Agosto furono trasferite da Torino le ricoverate donne, che vennero sistemate nei locali dove prima alloggiavano gli uomini, spostati nei fabbricati del convento.
A seguito dell’epidemia del 1854, lo psichiatra Giovanni Stefano Bonacossa, primario dell'ospedale, dichiarò che la Certosa di Collegno era l'ideale per trasferire l'ospedale di via Giulio ma i locali dovevano essere costruiti ex novo per rispondere meglio alle necessità dei malati psichici.
Nel 1855, intanto, furono soppresse le corporazioni religiose, tutti i loro beni passarono alla Cassa Ecclesiastica, che pretendeva da parte del regio manicomio il pagamento di un canone d'affitto. Piuttosto che dover sborsare una retta così elevata, la direzione dell'ospedale decise di accelerare le trattative per l'acquisto del monastero.
Nel 1856 fu stipulato l'atto di vendita. Le ingenti spese previste per il trasferimento nella sede di Collegno non permisero mai di completare il trasloco dal manicomio Torinese. Il numero dei ricoverati a Collegno continuò a crescere a dismisura superando la sede di Torino. C'erano i fondi stanziati dallo Stato e dalle Province con il pagamento di una retta giornaliera per ogni ricoverato, ma non erano sufficienti. I direttori , in quegli anni, seguirono tutti la stessa politica, mettere in vendita gli altri stabili di proprietà dell'ente manicomiale e investire i ricavati.
L'operazione finanziaria diede i frutti sperati, tanto da potersi permettere di ampliare i locali di Collegno e di rinnovare l'arredamento. Fu l'ingegner Giovanni Battista Ferrante a studiare un progetto per la costruzione di nuovi padiglioni da affiancare ai fabbricati esistenti.
Il progetto fu attuato gradualmente nei decenni successivi.
Nel 1890 si aprì una stagione di riforme che investì le strutture manicomiali e che durò un ventennio.
Tutto ciò mentre il numero dei ricoverati continuava ad aumentare vertiginosamente, tanto da aprire il ricovero provinciale di strada Pianezza e una succursale a Grugliasco.
Mi piace ricordarli con questa immagine presa dal calendario di "Frate Indovino" e disegnata da Baraldi: ieri appena arrivato il calendario sulla mia scrivania, l'ho sfogliato e letto dei trafiletti, ecco come attingo le idee per fare un post, un vecchio giornale, una scena di vita reale, un viaggio, ecc. Questa immagine mi ha portato indietro, ho pensato a questi quattro frati che nel lontano giugno 1909 salparono dal porto di Napoli per Manaus. I quattro frati erano P. Domenico Anderlini da Gualdo Tadino, P. Ermenelgildo Ponti da Foligno, P. Agatangelo Mirti da Spoleto, Fra Martino Galletta da Ceglie Messapico, Uomini coraggiosi, che hanno lasciato la loro terra, per portare aiuto in terre lontane affrontando grandi difficoltà, ma con il loro amore il loro coraggio e spesso la loro vita hanno seminato in terre lontane la fede e l'amore. Franca Bassi
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note di smemorato: di fra Martino (nome evocativo per un frate) ha scritto anche Don Gianfranco sul suo blog
dal quale mi permetto di trarre questa bella immagine:
