




Er folletto Buzzichino, dopo che la corozza s'è fermata! ha scaricato tutti li fiori de carta, e, co' le mano su li fianchi, s'è guardato intorno, ha espresso! : " A Principè! lo sai che tutte le strade porteno a Roma? ". Ma certo che lo so!
Cari amici che mi seguite, mi vedete ospite al Campidoglio, sala "Del Carroccio", per la premiazione Speciale Infazia 2009 concorso nazionale di rime e narrativa: "Il mondo degli animali". Una serata riuscitissima, piena di calore e colore. La cornice della sala che ci ha gentilmente ospitato, ha completato la bellezza e l'incanto della serata. Lascio alla vostra immaginazione per il resto. Vi dono il sorriso di Liana Orfei e, il mio già mi conoscete. Un grazie speciale anche ai tre lettori: Annalisa Rossi,Elena Sbardella e Carlo Marchetti, attori bravissimi che hanno interpretato e letto con amore gli scritti premiati. Un grande abbraccio franca


A pag. 16 c'è la mia favola:

Immagine dipinto di Bruno Bassi "Casetta bosco giù pe' la valle"
Esempio di favola moderna dallo sfondo autobiagrafico.
(L'intento della favola moderna è "ammonire divertendo" e si dice di natura autobiografica quando l'autore, all'esigenza della fantasia, innesta la propria realtà ambientale e autobiografica.)
Una bambina "Principessa"
Era una giornata fredda, quando nacque Franca. Un vagito...ancora un vagito poi un grido. Dentro una bella camera del quartiere Prati, nel 1938, la levatrice teneva tra le braccia il piccolo fagottino: "Ecco è nata!.. è nata la tua secondogenita. E' una bella bambina". Furono giorni di felicità nella grande casa. La piccola Franca doveva nascere il giorno di Natale, ma aveva fretta ed anticipò cogliendo tutti di sorpresa. Faceva tanto freddo quell'anno a Roma. Passarono alcuni anni, Franca era troppo piccola, per comprendere quel fuggi fuggi di gente che abbandonava Roma. C'era la guerra e c'erano anche tanti innocenti che morivano. Seguirono anni di dolore, di macerie e di malattie. Questo era ciò che ci regalava la guerra.
Franca cresceva con i suoi fratelli e insieme alla nonna Elisabetta si trasferirono a Bagnoregio, nell'antica casa materna. Lasciarono la bella casa di Roma per fuggire lontani dalla città e dai suoi pericoli.
Un giorno, nel cuore della notte, scoppiarono in paese alcune bombe. Molti furono costretti ad abbandonare la propria casa. Anche nonna Betta raccolse le poche cose e fuggì con i suoi nipotini. Impauriti camminarono molto, per i viottoli di campagna. Di tanto in tanto il cielo s'illuminava a giorno, eppure non c'era il temporale. Tutti insieme abbracciati si rifugiarono in una casetta nascosta nel bosco di castagni.
Franca la sera cercava il suo bel letto di ferro battuto, le foglie dipinte da suo padre sulle pareti. Quando il vento faceva tremare la piccola fiammella della candela, le ombre sui muri diventavano vive e lei ci parlava come se fossero fate e folletti.
Non capiva perché dovesse dormire in quella tana con un giaciglio di fortuna fatto con le canne. Si copriva il corpo con le foglie di granturco e cominciò a conoscere tanti piccoli animaletti. Erano gli abitatori di quel piccolo spazio, tra cui un simpatico geco, che faceva capolino tra le pietre. Quando cercava il suo bel letto spesso brontolava e perfino mugugnava e si ritirava dentro un grande tronco di castagno scavato e sognava il suo bel letto tutto per lei, i suoi fratelli la prendevano in giro e la chiamavano "Principessa".
Ogni sera nella piccola casa di pietra, in un angolo c'era un po' di legna. Il fuoco era acceso e nel grande paiolo di rame annerito dal fumo, bolliva la solita minestra fatta solo d'erba raccolta nei campi. La piccola casa era in realtà il deposito degli attrezzi da lavoro, una vanga, una zappa, corde, la mangiatoia per l'asino, ma Principessa sognava lo stesso, seduta su una pietra grigia, la famosa pietra Basaltina e, in compagnia di una lucertola, guardava la luce del sole che pian piano si spegneva. Prima di dormire contava un pugno di stelle e cantava insieme ai grilli, poi il richiamo della notte, la minestra era pronta e la porta di legno si chiudeva alle sue spalle.
Anche gli uccelli al calar del sole smettevano di cantare, ben nascosti nel nido. Di notte nel bosco si sentiva arrivare da un vecchio albero vicino alla casa, il canto del gufo. Principessa lo seguiva in principio intimorita, ma poi col passare dei giorni aspettava silenziosa nella sua cuccia. Quel canto ormai le era diventato amico. E come era diventata brava! Ormai riconosceva anche il canto della civetta e il canto malinconico del maschio "hu-u-ou", ripetuto a intervalli e lei cantava con loro, fino a perdersi nel suo mondo di sogni. Quando la civetta cantava nelle notti di luna piena, tutti si spaventavano, perché chissà a causa di quale brutta diceria, dicevano: "chiudi le orecchie, perché se odi il suo canto porta male". Ma a Principessa piaceva e non credeva a queste dicerie paesane.
Principessa conosceva i gufi e li chiamava per nome non ne aveva paura, erano suoi amici. Per lei ogni giorno era tutto un giocherellare intorno al fosso da una pietra all'altra. Saltellava insieme alle ranocchie e spesso ci cadeva dentro insieme a loro. Era felice, ma non capiva e quando i cannoni sparavano si spaventava, copriva d'istinto le orecchie e si rannicchiava sotto l'albero di ciliegio. Nonna Betta per farle passare la paura, le raccontava che quel brutto rumore era causato semplicemente dal nonno che in cielo sulle nuvole spaccava le noci. Basta poco per distrarre una bambina e in quel bosco in verità non ce n'erano molte di distrazioni, era una scuola a cielo aperto. Nel bosco di alberi di castagni, era facile immaginare storie di fate e folletti, era bello osservare le piccole formiche e il formicaio, un mondo favoloso dove regnava l'organizzazione e la semplicità della vita. Principessa spesso con la punta delle sue piccole mani le aiutava a trascinare chicchi di grano, pagliuzze, semi. La sua curiosità non finiva mai. Quel bosco variopinto era ormai diventato il suo mondo, il rumore del torrente, i piccoli insetti a volta fastidiosi, le colorate coccinelle, con i suoi grandi occhi pieni di meraviglia seguiva la danza delle farfalle, quando leggere si posavano sulla corolla dei fiori. Mille domande passavano in quella testolina. Tutto intorno sembrava meraviglioso; un mondo pulito, vero, uno spazio pieno di colori e di profumi e bellezza. Era semplice per nonna Elisabetta distrarre dalla guerra i suoi nipotini, la natura le era d'aiuto e con la sua fantasia e la sua saggezza riusciva a tranquillizzarli ogni sera. Le sue storie incantavano i quattro nipotini che si addormentavano sereni, felici di vivere in quel mondo, nella piccola casetta di pietra, protetta dai giganti: gli alberi della valle di Civita.Franca Bassi
Immagine torrente "Rio Torbido", su queste pietre giocavo e facevo pupazzi di creta. La piccola casetta in pietra non si vede era a destra dell'immagine, nascosta dal fogliame.